giovedì 25 giugno 2015

this can be love

Ebbene, mi sono innamorata. Di una voce, di una band, del suo suono, delle canzoni, delle parole, dei significati nascosti, dei sentimenti che mi suscitano quelle canzoni, delle reazioni che mi provocano...del cantante, del suo modo di essere, della sua ironia, della sua profondità, del suo modo di parlare, di scherzare, di raccontare le cose, di affrontare temi difficili e dolorosi con il sorriso sulle labbra, di essere sincero e onesto in modo del tutto personale...
Ho passato notti intere ad ascoltare una stessa canzone, ho passato ore a piangere ascoltando un'altra canzone che mi ha toccato parti sensibili che non sapevo di avere in un modo che non pensavo fosse possibile...
Quella voce mi ha ammaliata, in quelle note mi rispecchio, mi ritrovo, come se le conoscessi da sempre, quei testi comunicano qualcosa che va al di là delle parole e del significato delle frasi...da quattro mesi in pratica non parlo d'altro e soprattutto non ascolto altro.
E' proprio vero che la musica è magia, è vita, è passione, è dolore e felicità.
Voglio vedere dal vivo quella band, voglio incontrare quell'uomo che conosce la combinazione per aprire il lucchetto della mia mente prima ancora che del mio cuore. Leggo e ascolto interviste e quasi mi fa paura vedere e sentire quanto abbiamo in comune, il modo di dire certe cose, le parole usate per esprimere un concetto, le reazioni, gli aspetti della personalità, le esigenze emotive, il modo di ascoltare la musica, i gesti...per non parlare di tutte le coincidenze assurde che sono capitate da quando ho cominciato ad interessarmi a questa band! Non le voglio elencare ma sono fatti strani, presi singolarmente magari fanno poco effetto ma considerati uno dietro l'altro fanno un po' impressione. Se credessi alle coincidenze e al destino potrei dire che c'è qualcosa di soprannaturale che mi spinge senza dubbio verso di loro e verso di lui...buon per me (e per la mia sanità mentale) che non credo a queste cose XD

Comunque da quando ascolto solo loro sto bene, ma proprio bene, è come se avessi trovato una mia dimensione che prima avevo sempre e solo sfiorato. Posso osare e dire che nemmeno con i Killers e gli U2 mi sento così? Forse è perchè la passione è recente e me la sto vivendo in pieno proprio adesso per cui mi sembra la cosa più intensa che si possa sperimentare...però sono davvero tanto, tanto presa, non ricordo di essere stata così al tempo della scoperta dei Killers...

Questa è una delle mie preferite, quella che mi ha fatto piangere per ore...e, citando me stessa, fa quasi paura il potere che ha una canzone di farmi entrare nel posto
in cui si trovano le sensazioni e i ricordi di chi l'ha scritta




E mi auto-cito ancora, riportando parti di post dell'altro mio blog

è una cosa assurda ma non riesco a farci niente. Non si trattava di  un'infatuazione passeggera ma di una vera e propria passione totale e travolgente. Più li ascolto e più canzoni scopro e più mi rendo conto che mi hanno letteralmente conquistata, che difficilmente se ne andranno dal posto profondo che hanno raggiunto dentro di me

Non so cosa ci mettano in quello che fanno gli HIM ma è incredibile la reazione che mi provocano. La mia inquietudine di fondo e la mia tendenza alla malinconia si rispecchiano alla perfezione in quelle canzoni, come una specie di richiamo primordiale e profondo...

Li avevo incontrati, musicalmente parlando, nel 2005 circa con l'album Dark Light, e non ero andata oltre. Ogni tanto mi riascoltavo quell'album e amen, mi piacevano un paio di canzoni, le altre erano trascurabili. Poi un giorno di qualche settimana ero lì con le cuffie sulle orecchie ed è arrivato il simil-colpo di fulmine. All'inizio si è trattato della voce del cantante, Ville Valo, che si abbina poco alle sue fattezze nordiche e delicate. Che voce! Mi ha colpita un punto particolare di una canzone che prima di allora avevo sentito centinaia di volte, ma non mi ci ero mai soffermata. L'ho riascoltata più volte, tornavo indietro nella traccia solo per risentire quei pochi secondi...insomma si capisce che al centro della prima fase del mio pseudo-innamoramento musicale c'è stata appunto la voce, profonda, cupa... Qualche giorno dopo il pesudo-innamoramento ha coinvolto anche il lato musicale vero e proprio, complice un altro album che è entrato nella mia playlist. Di questo album risalente alla giovinezza della band sono poche le canzoni che mi piacciono, però quelle che mi piacciono mi piacciono davvero, hanno un non so che, una certa drammaticità se così vogliamo chiamarla, che mi attrae alquanto 

Non so dove mi porterà questa passione ma non voglio precludermi nessuna strada. Era da tanto che non mi sentivo viva come mi sto sentendo in questo periodo e gran parte del merito è degli Him, di Ville, della loro musica e delle sue parole!

lunedì 1 giugno 2015

essere introversi

Ho trovato la descrizione di me, della mia vita, di quello che sono e di quello che provo. Tale e quale!

Da qui

In che cosa consiste, in sé e per sé, l'orientamento proprio dell'introversione in rapporto ai due mondi? Jung lo ha definito con sufficiente precisione: la riflessività, intesa in senso lato come piacere di comunicare con la propria mente e di recepire il mondo esterno attraverso le sue rifrazioni soggettive. Il mondo interno, nei suoi aspetti consci e ancora più in quelli inconsci, è il mondo dell'emozione, della fantasia, dell'immaginazione, del pensiero intuitivo. La percezione di questo mondo, quasi sempre vivace nell'introverso, cattura la soggettività e opera come un filtro rispetto al mondo esterno. Un bambino introverso è facilmente identificabile: posto che non abbia ancora problemi, il suo sguardo è denso e penetrante, ma al tempo stesso non ha quella vivacità che è propria degli estroversi, catturati dagli stimoli esterni. C'è in esso una sfumatura di fissità che riconduce ad una modalità di rapporto "contemplativa".

L'orientamento introverso comporta, dunque, inevitabilmente un corredo emozionale più ricco e più vivace rispetto alla media. Questa ricchezza concerne anche tutte le funzioni psichiche intimamente correlate alle emozioni: la fantasia, l'immaginazione, l'intuizione. Il rapporto tra questo corredo e l'intelligenza in senso stretto, intesa come capacità astratta e operativa, non è costante. Si danno indubbiamente introversi iperdotati sotto il profilo intellettivo, ma se ne danno anche di normodotati. L'ipodotazione, invece, non è mai associata all'introversione, forse perché anche l'intelligenza astratta riconosce come sua matrice primaria l'emozionalità.
Tutto ciò giustifica il considerare l'introversione nel suo complesso come una condizione caratterizzata da potenzialità superiori alla norma. Ma, se questo è vero, com'è possibile che un introverso, in molteplici fasi dello sviluppo e per alcuni aspetti, appare solitamente inadeguato e in ritardo rispetto alla media?

Questo mistero, in ciò che esso ha di naturale, vale a dire non dipendente da interazioni negative con l'ambiente, si risolve tenendo conto di alcuni aspetti evolutivi dipendenti dalla ricchezza del corredo emozionale.

Un primo aspetto, di straordinaria importanza, concerne il fatto che tale corredo comporta una sensibilità sociale che si esprime originariamente in un'identificazione totale con le figure genitoriali e con il mondo adulto, che vengono idealizzati e sacralizzati. L'idealizzazione delle figure genitoriali e degli adulti è un momento proprio dello sviluppo psicologico di ogni bambino. Essa, però, negli introversi, si realizza con una tale intensità da rendere del tutto secondario il rapporto con i coetanei.
In quest'identificazione potente e persistente almeno sino all'adolescenza si può leggere l'espressione di una vocazione viscerale ad essere sul registro della perfezione, della grandezza, della consapevolezza - doti che vengono regolarmente attribuite ai grandi. E' come se il bambino introverso alienasse le sue potenzialità di sviluppo vedendole già realizzate dagli adulti. Di fatto, quest'alienazione, che può essere fonte di molteplici delusioni via via che si allenta, giustifica la tendenza a privilegiare il rapporto con gli adulti.

La conseguenza di quest'idealizzazione però può non essere positiva. Per un verso, essa infatti promuove un'accondiscendenza totale del bambino in rapporto ai desideri, consci e inconsci, degli adulti. Se questi lo investono di aspettative perfezionistiche, è inevitabile che il bambino introverso ne rimanga catturato e faccia ogni sforzo possibile per conformarsi ad esse. Questo meccanismo rappresenta la matrice di un modo di essere infantile caratterizzato da una precoce maturità comportamentale tale per cui, fin dall'età di 4-5 anni, il bambino introverso sembra un adulto in miniatura. Questa condizione, che gli permette di ricevere gratificazioni molteplici dagli adulti, a casa, nella cerchia dei parenti o degli amici di famiglia, a scuola, ecc., è la stessa che scava un solco rispetto ai coetanei, che sono più spontanei, meno controllati, meno ligi alle regole educative.

L'altro aspetto è legato al senso di giustizia, emozione innata che appare sempre precocemente spiccata negli introversi. Nel momento in cui essi si rapportano, per un verso, alle autorità, assolvendone le aspettative e rispettandone le regole, e, per un altro, agli altri con un'estrema sensibilità che vieta loro di arrecare dispiacere, ferire, aggredire, essi sono indotti a vivere questo come se fosse la cosa più naturale del mondo. In conseguenza di questo, essi si aspettano che gli altri si comportino allo stesso modo.
La delusione di quest'aspettativa, riguardi essa il mondo dei grandi o dei coetanei, determina spesso reazioni di rabbia interiore molto intense,un irrigidimento e una diffidenza nei confronti del mondo che, spesso, a livello inconscio, si mantiene anche in età adulta.
La precoce maturità comportamentale, riferita soprattutto alle aspettative del mondo adulto, e l'irrigidimento conseguente alla scoperta delle "ingiustizie" perpetrate dagli adulti e dai coetanei, determinano nel complesso un modo di essere "strano": sorprendentemente e eccessivamente maturo per un verso, riservato e chiuso per un altro.

La "chiusura" dell'introverso è l'aspetto comportamentale destinato ad incidere profondamente nella carriera sociale e nella definizione stessa di sé. Esso rappresenta la somma di due diversi fattori che vengono costantemente confusi. Per un verso, la chiusura fa capo ad una limitazione costituzionale delle capacità comunicative. L'introverso
dispone di un solo registro comunicativo congeniale, che è un registro profondo. Egli dunque riesce a sintonizzarsi solo laddove si dà un certo grado di affinità. La comunicazione quotidiana, che è fatta di luoghi comuni, di convenzioni, di discorsi fatui, di parole usate per scongiurare il silenzio lo imbarazza e lo mette a disagio.

Per un altro verso, la chiusura è da ricondurre al timore di rimanere ferito dagli altri. L'introverso, in nome della sua sensibilità, ha una tendenza naturale a preoccuparsi delle conseguenze dei suoi comportamenti a carico degli altri: è tendenzialmente scrupoloso. Interagire con un mondo nel quale le persone si comportano spontaneamente, spesso dicendo e facendo, senza rendersene conto, cose che dispiacciono, turbano o addirittura offendono gli altri, è un dramma. L'introverso si chiede come sia possibile una cosa del genere. Partendo dalla sua esperienza interiore, egli può giungere solo a pensare che gli altri siano rozzi e insensibili. Questa conclusione dà alla chiusura un carattere difensivo.

Purtroppo, dall'esterno, la chiusura dell'introverso non è mai colta nel suo autentico significato.
Più spesso viene scambiata per un modo di essere scostante, superbo, rifiutante, se non addirittura sprezzante. D'acchito, insomma, a livello sociale l'introverso risulta antipatico alla maggioranza delle persone, e viene trattato come tale. Egli si rende conto di questo, lo ritiene ingiusto, spesso si arrabbia. Ma, non essendo in grado di esprimere la rabbia o avendo timore di esprimerla per non offendere gli altri, la
cova dentro di sé. Questo significa che egli accentua le sue difese rispetto al mondo. S'instaura di conseguenza un circolo vizioso interattivo, per cui più l'introverso si chiude più egli riceve delle risposte sociali negative. La conseguenza di questo circolo vizioso è un senso doloroso di diversità e di estraneità rispetto al mondo, che convive spesso con una rabbia cieca contro tutto e contro tutti.

Naturalmente, la rabbia si produce più facilmente se, come capita spesso in fase evolutiva, l'introverso viene investito da giudizi negativi, attaccato verbalmente o addirittura fisicamente.

La percezione di una diversità radicale e la rabbia possono dare luogo a diverse carriere evolutive. Se la diversità rimane associata ad un sentimento di valore, essa può promuovere un isolamento sociale sotteso da un disprezzo consapevole e profondo nei confronti degli altri. Se essa viceversa mina il sentimento di valore personale, l'introverso può essere spinto a tentare di normalizzarsi, di agire cioè come se fosse estroverso. Date le sue qualità, egli può riuscire anche brillantemente in questa mimesi, ma il prezzo è un falso io, dietro il quale il giudizio nei confronti degli altri può rimanere implacabilmente denigratorio. Ovviamente, il falso io comporta anche una percezione negativa di sé, più o meno consapevole. Lo sviluppo peggiore però avviene allorché un introverso, oppresso dalla propria sensibilità, che lo induce ad essere scrupoloso e ad incolparsi per un nonnulla e ferito dagli estroversi, che agiscono spesso senza interrogarsi sulle loro conseguenze a carico degli altri, decide di risolvere il problema rimuovendo la propria sensibilità e dandosi una maschera di forza, di durezza e, al limite estremo, di cinismo. Anche in questo caso, l'introverso, mettendo a frutto le sue qualità, può ingannare, oltre che se stesso, anche gli altri. La rimozione della sensibilità estingue i sensi di colpa, che però si accumulano a livello inconscio, e, prima o poi, presentano il conto.


Luigi Anepeta è semplicemente un grande. Sto cercando di procurarmi i suoi libri, in biblioteca sembrano non esistere, e anche negli store online non sono facili da trovare...ma prima o poi saranno miei!

martedì 26 maggio 2015

lodi, rose, spine

Da qui

La lode, il plauso è un’ esigenza fondamentale degli esseri umani. Se manca nessuno dà il meglio di sé.

Sentirsi lodati è di vitale importanza per tutti,  e funziona più delle critiche o delle punizioni.  Per essere efficace, la punizione deve essere severa. Ma se i bambini non vengono gratificati in qualche modo – e un abbraccio o una parola di lode sono una parola di lode sono un sistema infallibile – la loro vita può diventare di rose: decisamente piena di spine.

Oltre che di essere lodati, i bambini hanno bisogno di sentirsi importanti e investiti di
responsabilità. E chi, a pensarci bene, non ha bisogno di sentirsi speciale, unico, di sapere che vale qualcosa?


Ditemi quali sono i miei punti deboli, se volete, ma non dimenticate di farmi notare i miei punti di forza.

Dare a un bambino la possibilità di sentirsi importante è un modo di eliminare dal suo comportamento la parte negativa e far crescere la parte positiva.

Tutti i bambini hanno bisogno di essere aiutati e incoraggiati a diventare responsabili. Disciplina significa essere responsabili del proprio comportamento e capaci di comprendere le esigenze degli altri.

Lodare gli altri, farli sentire importanti e responsabili significa trattarli con rispetto e offrir loro la possibilità di impiegare la vita in modo da ricavarne un vantaggio per se stessi e gli
altri.


La lode è un’ esigenza fondamentale degli esseri umani. Se manca, nessuno dà il meglio di sé. Al contrario, se c’è e tutti lo fanno di buon grado è una cosa vantaggiosa, alza l’autostima, la buona considerazione di sè e indica la strada per un buon adattamento.

Soprattutto i bambini piccoli hanno bisogno di parole che li approvano e li incoraggiano; hanno bisogno di quelle parole per sentirsi apprezzati per le cose che fanno bene o semplicemente per il fatto di essere quello che sono.

Non esagerate con le lodi, ma usatele. Non siate biechi e ricattatori. Non pensare: ‘ Io faccio i complimenti, ma lui / lei non memli fa. Quindi non li faccio neppure io.’  Fate serenamente le felicitazioni, i rallegramenti o le congratulazioni senza astio, rancore o invidie . Diventate per l’ altro/a  una persona importante perché si ha bisogno di lodi.  Non serve pensarle, occorre farle sentire.


Tutto quello che mi è sempre, sempre, mancato da bambina e da ragazza. Mai una lode, mai un complimento, mai un gesto d'affetto spontaneo, mai un incoraggiamento, mai un'espressione di stima, mai un riconoscimento per gli ottimi risultati a scuola, per il comportamento sempre corretto ed educato, per la maturità, per come mi occupavo dei miei fratelli, per quanto ero tranquilla e ubbidiente, per quanto poco disturbassi, per quanto fossi facile da accontentare - non chiedevo mai niente, non pretendevo niente, rinunciavo a un sacco di cose, sembrava non avessi bisogno di niente. Tutto quello che facevo, il modo in cui mi comportavo, com'ero, era tutto scontato, non poteva che essere così, avevo solo fatto il mio dovere, niente di speciale insomma, sembrava non fosse merito mio ma una fortuna che mi era caduta dall'alto e per cui quindi non meritavo nemmeno un misero complimento o un sorriso soddisfatto. Queste cose i genitori dovrebbero dirle tutti i giorni ai figli, al di là dei buoni risultati a scuola o dei comportamenti corretti...eppure a me non le diceva mai nessuno, nemmeno quando prendevo i voti migliori della classe, o quando qualche estraneo faceva notare quanto brava, matura, responsabile, educata fossi...non avevo diritto a niente, nessun complimento, nessun riconoscimento, nessunissima gratificazione, mai, in nessun caso. Gratificare qualcuno lo fa sentire importante, realizzato, lo fa sentire felice, lo fa stare bene...perchè un figlio non merita di essere gratificato?? Che marciume c'è nell'anima di quei genitori che non tirano mai fuori una parola buona per i propri figli ma che anzi sembrano godere proprio nell'evitare di rendere felici i figli?

giovedì 7 maggio 2015

i need

Da alcuni sfoghi recenti su facebook

Sarebbe bene ricordare una cosa: anche le persone forti, indipendenti, che apparentemente hanno mille risorse e che sembrano in grado di superare tutto, ogni tanto hanno bisogno di un incoraggiamento, di un abbraccio, di un sorriso, di un sostegno. Così, per dire.

Spesso si fa presto a dimenticare che siamo tutti umani e abbiamo tutti bisogno delle stesse cose, anche se non lo dimostriamo o abbiamo imparato a farne a meno per un certo periodo di tempo, su come sia molto comodo credere che chi è forte e di solito si arrangia non abbia mai bisogno di niente..

In sostanza, meno chiedi (perchè magari provi a farcela da solo, perchè non sei abituato a farlo, perchè sei timido, per mille motivi) e meno gli altri sono disposti a darti qualcosa nel momento in cui ne hai bisogno - anzi magari si scocciano pure che non ti arrangi come al solito - come se fosse una perversa spirale che si chiude su se stessa.
Danno per scontato che tanto ti arrangi e non hai bisogno mai di niente, anzi si va oltre il dare per scontato, diventa quasi un ruolo da cui non ti puoi più sottrarre, tu sei quello che sostiene gli altri quando hanno bisogno e NON DEVI essere tu ad avere bisogno, non ti è concesso...vorrei provare a rompere questi meccanismi ma sembra impossibile.


Non c'è mai stato nessuno che si occupasse davvero di me, della mia anima, dei miei sentimenti, dei miei bisogni emotivi, delle mie paure, che mi capisse davvero fino in fondo, che vedesse, capisse e accettasse le mie fragilità.
Ogni tanto avrei immenso bisogno di qualcuno che fosse forte anche per me, che mi abbracciasse e mi dicesse "non preoccuparti, fidati di me, ci penso io, tu rilassati"...e invece io sono quella a cui tutti possono affidarsi e di cui tutti possono fidarsi ma io non posso mai fidarmi di nessuno e affidarmi a nessuno perchè tanto ormai si dà per scontato che so arrangiarmi, che ce la faccio da sola, che non ho mai bisogno di niente e di nessuno.

domenica 26 aprile 2015

contrasti

Chissà per quali strane ragioni se sei maleducato e stronzo tutti stanno attenti a non infastidirti e ti rispettano, mentre se sei educato e gentile a lungo andare diventa una cosa così scontata che, se per una volta su mille, ti comporti in modo diverso e magari con tutte le buone ragioni del mondo, stai sicuro che quelli che erano abituati alla tua gentilezza non te lo perdoneranno mai, invece di chiedersi e chiederti che motivo c'è dietro. Se sei debole e lagnoso tutti si prodigano per aiutarti e consolarti mentre se sei forte e positivo, o perlomeno cerchi di esserlo, diventi trasparente e l'unica volta che non riesci ad essere forte susciti sentimenti di delusione o fastidio. Se non fai niente da solo, per gli altri è normale aiutarti e fare le cose per te, mentre se ti arrangi non osare mai chiedere aiuto, per te non è previsto. Se sei bravo ad ascoltare e consigliare gli altri la volta che avrai bisogno tu di essere ascoltato e consigliato difficilmente troverai qualcuno disponibile. Se piangi spesso tutti ammireranno le volte che non piangerai, mentre se non piangi quasi mai la volta che lo farai sarai guardato male.

Perchè le persone si fissano così tanto con ruoli ed etichette invece di cercare di mettersi nei panni degli altri e di capire? Basterebbe davvero guardare negli occhi, da lì si legge tutto e si capisce tutto...